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L’arte come espressione dell’essere.

Updated: Jun 3

Avete presente quella sensazione che “sembra sia passata un’eternità” e, allo stesso tempo, che sembra ieri”?


Ecco, questo mi succede quando penso alla mia esperienza con il teatro.


A 4 anni già creavo e organizzavo spettacolini di musica e teatro con le mie sorelle maggiori, facevo da modella a mia sorella Vera che già si inventava costumi con lenzuola e stoffe recuperate da qualche vecchio vestito e accompagnavo con le maracas Maria mentre iniziava a comporre le sue prime canzoni.


Alle elementari la mia personalità estrosa faceva sì che mi assegnassero i ruoli principali nelle recite di fine anno e alle medie entrai a far parte di una compagnia amatoriale che proponeva le divertenti commedie di Govi.


Amavo anche imitare le voci dei cartoni animati, degli animali e degli attori e più crescevo più affinavo la voce, il ritmo e la voglia di sperimentare ogni forma d’arte. Così, in adolescenza, oltre alle arti plastiche e visive coltivate al liceo artistico, mi districavo tra gruppi musicali, compagnie teatrali, corsi di mimo, teatro e giocoleria.


Per qualche anno ho pensato che il mondo dello spettacolo fosse l’ambito in cui avrei desiderato lavorare ma, allo stesso tempo, c’erano anche tante altre cose che mi piacevano e incuriosivano, in particolare il viaggio, le lingue e la psicologia. Così decisi di iscrivermi alla Facoltà di Lingue specializzandomi poi in Lingue per la Cooperazione internazionale, di svolgere un Master in Comunicazione e Cultura del viaggio e, successivamente, di laurearmi in Psicoanalisi alla Sorbona.


L’ecletticismo che mi caratterizzava, se da un lato mi arricchiva, dall’altro mi angosciava perché non accettavo l’idea di intraprendere un lavoro che escludesse alcuni aspetti della mia personalità. Ho sempre sofferto molto di questa eterna indecisione fino a che poi, finalmente ho capito che l’arte e la creatività erano un modo di essere e di vivere e che, di conseguenza, avrebbero plasmato il mio modo di agire in qualsiasi professione e passione.


In particolare, ho trovato nell’insegnamento dello spagnolo la mia strada principale dove, oltre a poter utilizzare diverse tecniche di teatro per trasmettere contenuti di lingua e cultura, ho potuto sviluppare laboratori di teatro, conferenze, interventi in radio e altre iniziative artistico-culturali. Il teatro infatti può orientare verso ciò che più si sente corrispondente e vero, stimolare il pensiero, renderlo elastico; permette di sviluppare tecniche favorevoli all’apprendimento, aiuta a scoprire e superare limiti, a portare alla luce qualità e inventive utili a risolvere problemi ed ostacoli.


Ho capito quindi quella sensazione di eternità e di brevità insieme: l’arte è da sempre parte di me e continua ad esserlo nel presente! Il mio modo ostinato di voler “mettere tutto insieme” non mi permetteva di vedere che la soluzione era davanti al mio naso, o meglio, dentro di me. Quando ho cominciato ad allentare questa preoccupazione di “perdere qualcosa” ho iniziato a trovare strade che mi permettevano di esprimere quella creatività che pulsava insistentemente assumendo forme e modi diversi, moltiplicandosi in esperienze e modalità sempre nuove.


Una di queste strade è l’Aquario che da 7 anni continua a nutrirmi ed arricchirmi, mi permette di scoprire parti di me ancora sconosciute, di andare oltre schemi e convinzioni, di camminare verso una maggior consapevolezza dei miei desideri e paure.


Ricordo bene come e quando sono entrata in Compagnia…


Ero a Milano da due anni e cercavo un gruppo di teatro dove potermi sperimentare. Era un periodo della mia vita, come ce ne sono stati tanti, in cui mi sentivo disorientata e, il mio modo di affrontarlo era buttarmi senza freni un po’ dove capitava. Ho sempre avuto difficoltà ad accettare i limiti fino ad essere molto imprudente, fino a mettermi a rischio e in pericolo. Ma avevo un’energia che sgorgava come un fiume in piena e non riuscivo ad incanalarla, avevo paura di sentirmi bloccata, imprigionata, privata della mia libertà.


L’Aquario è stato per me un luogo dove potermi sentire libera ma in uno spazio protetto da quei confini di cui avevo bisogno per poter poi essere pronta a tuffarmi nell'oceano. Uno spazio ampio in cui sperimentare, osare, andare oltre le mie paure ma in sicurezza, con la guida di chi, con grande sincerità e discrezione, supervisionava il mio agire e il mio sentire, tutelando quegli argini necessari alla preservazione dell'integrità mia e del gruppo.


Ora sono la stessa energia, lo stesso nucleo di vita ma ho maggior coscienza della mia identità e nuoto senza paura. Non è incoscienza, bensì consapevolezza di ciò che sono e di quanto ancora posso essere.


Se rifletto a quanto tempo ho pensato alla necessità di fare attenzione al verbo “essere” ed al pericolo delle etichette spesso ad esso legate, ora ne scopro e ne gusto anche il valore perché voglio bene a quei “sono” che, adesso che li ho scelti, mi appartengono.



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